Episiotomia: quel piccolo taglio durante il parto


Con il termine ‘episiotomia’ si intende un piccolo intervento che viene praticato durante il parto. Si tratta di una incisione chirurgica del perineo e della vagina, praticata per allargare l’orifizio vaginale e facilitare il passaggio del feto. Viene praticato nel momento finale del travaglio e richiede dei punti di sutura in anestesia locale.

Ricorrere all’episiotomia ha dei benefici?
Questo intervento, praticato da molti anni in sala parto, era stato introdotto con la convinzione che potesse limitare il dolore e la gravità delle lacerazioni, cioè degli ‘strappi’, a cui le donne possono andare incontro spontaneamente durante il parto.
In realtà gli studi hanno dimostrato che praticare di routine l’episiotomia non produce benefici rispetto al parto senza interventi. Inoltre, limitare l’uso dell’episiotomia porta a una maggiore probabilità di avere un perineo intatto e, quindi, a una diminuzione del numero di suture e di complicazioni, senza differenze nel dolore perineale e nella frequenza di lacerazioni gravi L’episiotomia andrebbe quindi limitata esclusivamente ai casi in cui può effettivamente aiutare la nascita del bambino, una valutazione che può essere fatta solo alla fine del travaglio di parto.

E dopo il parto?
Anche sul medio periodo non ci sono prove consistenti a favore o contro il ricorso all’episiotomia. Tuttavia una sintesi dei risultati degli studi disponibili mostra che il ricorso di routine all’episiotomia non riduce il rischio di incontinenza urinaria e fecale, non aiuta a ridurre i dolori perineali che si possono avere dopo il parto e comporta una minore probabilità di riprendere precocemente i rapporti sessuali.

Con quale frequenza è praticata l’episiotomia?
In Italia non ci sono dati su scala nazionale, ma è possibile avere un’idea della diffusione del ricorso all’episiotomia dai dati di una indagine realizzata nel 2002 dall’Istituto superiore di sanità (ISS) in 15 regioni e province autonome. Questa indagine ha fornito una stima degli interventi di episiotomia nei parti spontanei (escludendo quindi i casi in cui si erano impiegati ventosa o forcipe): al Nord la percentuale è risultata di 60.4%, al Centro di 66.1% e al Sud di 79%. In altri paesi, dopo la pubblicazione di studi che mostravano che praticare l’episiotomia di routine non è efficace, si è registrata una diminuzione nella frequenza di questo intervento. Così per esempio, negli Stati Uniti si è passati da 63.9% nel 1980 a 33% nel 2000, in Canada da 55% nel 1989 a 25.4% nel 1998, nel Regno Unito da circa 46% nelle primipare nel 1993-94 a 14% nel 2000-2001, mentre in Svezia si è passati da 33.7% nel 1989 a 24.5% nel 1995.

Oltre all’episiotomia, ci sono altri interventi di routine che possono essere evitati?
Spesso alle donne che stanno per partorire vengono proposte due pratiche, un clistere e la depilazione del pube, pensando di evitare così la trasmissione di infezioni al bambino. Ma in realtà queste pratiche non presentano alcun beneficio.
Per quanto riguarda il clistere, infatti, gli studi a disposizione mostrano che non porta vantaggi per il bambino e anzi genera disagi nelle donne. Altrettanto vale per la depilazione della zona del pube: oltre al fatto la donna può sentirsi imbarazzata e che può avere fastidio nel momento della ricrescita dei peli, proprio le piccole ferite causate dal rasoio durante la depilazione possono essere veicolo di infezione.

Fonte: SaPeRiDoc

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