I test di diagnosi prenatale non sono mai prescritti


Nove mesi a perdifiato, tra studi privati e ambulatori che straripano di “pancioni” angosciati. La diagnosi prenatale, per intenderci i test genetici che dovrebbero essere effettuati solo nelle gravidanze a rischio, ha letteralmente cambiato la vita delle coppie in attesa di un bebè. Siamo al picco massimo mai registrato in Italia per richieste di amniocentesi e villocentesi.
Il censimento 2004 (n.d.r. Eccesso di test genetici senza consulenza) della Società di genetica umana evidenzia un incremento del 34% dei test di diagnosi prenatale, a farli lievitare (e i dati sono sottostimati) è proprio la popolazione di donne a basso rischio, pronte a pagare di tasca propria tariffe che sul territorio variano dagli 800 ai 1.400 euro per un’amnio o una villocentesi, esami che il Servizio sanitario nazionale offre gratuitamente solo a donne sopra i 35 anni e se la gravidanza è esposta ad un rischio superiore alla media. Si fanno troppi test genetici, spesso inutili, costosi e con incredibili disparità territoriali.

“Una follia, le donne italiane hanno rotto ogni regola”, gridano gli specialisti degli altri paesi europei che per reazione criticano aspramente l’operato dei nostri ginecologi incapaci, a loro avviso, di gestire correttamente un evento naturale come la nascita e colpevoli di avere creato una connivenza deleteria con le stesse donne.
“Ovunque in Europa il mercato privato guadagna poco sui test genetici e in genere sulle indagini prenatali, il pubblico fa quello che è necessario fare durante i nove mesi della gravidanza”, a parlare è Faustina Lalatta, responsabile dell’Unità di genetica medica alla Fondazione Policlinico-Mangiagalli di Milano. Costi a parte, la consuetudine di ricorrere a queste indagini in modo indiscriminato è preoccupante e pone diversi problemi. Intanto si assiste ad una offerta variabile sul territorio. “La propensione a richiedere amnio o villocentesi”, dice Alessandra Kustermann, responsabile diagnosi prenatale alla “Mangiagalli” di Milano, “dipende dalle strutture, dall’abilità del personale, dalla cultura scientifica verso l’uno o l’altro esame, in generale sul territorio si tende a fare più amniocentesi perché meno complessa, perché ci sono più biologi che sanno coltivare le cellule amniotiche, anche se entrambe le tecniche hanno un rischio equiparabile”. L’altro problema riguarda la donna e le sue scelte pesantemente influenzate dal ginecologo e dal contesto socio-familiare.

“I test di diagnosi prenatale non sono mai prescritti perché la prescrizione non è appropriata, di solito sono raccomandati o suggeriti”, spiega Faustina Lalatta, “infatti la diagnosi prenatale è considerata un atto conoscitivo quindi “atto volontario”, alla donna spetta decidere se richiedere o no di fare l’esame. Purtroppo il rischio riproduttivo umano non è basso, siamo attorno al 3-4%. Anche se si arrivasse a scrinnare a tappeto tutte le donne potremmo individuare meno della metà delle anomalie. Insomma, tanto per fare un esempio, una donna su 1300 avrà un figlio Down, è sicuro e inevitabile”. I test prenatali non eliminano il problema, quindi l’obiettivo è stimolare la coscienza e la conoscenza della donna che deve riuscire a mettere a fuoco tutto questo per vivere serenamente la gravidanza ed essere pronta ad affrontare quello che succederà.

Fonte: La Repubblica

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