Trombosi in gravidanza


Attenzione e controllo per l’eventualità che si verifichi una trombosi durante la gravidanza, ma senza allarmismi e soprattutto evitando di somministrare farmaci se non è necessario. Un messaggio che esorta al buon senso quello proveniente dal focus “Trombosi e Gravidanza” che si è svolto ieri e oggi a Milano all’interno del Corso di Aggiornamento sulle Alterazioni Congenite ed Acquisite della Coagulazione, organizzato dalla Fondazione Irccs Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini.

“Il rischio di tromboembolismo venoso aumenta in gravidanza di circa cinque volte a causa di uno stato di maggior coaugulabilità del sangue, un probabile adattamento naturale contro l’eventualità che si verifichi un’emorragia post-partum”, ha spiegato Pier Mannuccio Mannucci, direttore scientifico della Fondazione Ca’ Granda Policlinico di Milano e responsabile scientifico dell’evento.

Altri fattori che contribuiscono ad aumentare il rischio di trombosi in gravidanza possono essere l’assetto ormonale della donna gravida, il rallentamento della circolazione del sangue di ritorno al cuore attraverso le vene, causato soprattutto dall’aumento di volume dell’addome e dell’utero gravido, l’ eventuale prolungata permanenza a letto, la perdita di elasticità delle pareti delle vene, un forte aumento di peso o il sovrappeso preesistente, il diabete, l’ipertensione, il fumo di sigaretta, l’utilizzo di estroprogestinici prima del concepimento, le cardiopatie, i disordini del sistema della coagulazione del sangue (trombofilia), l’avere già sofferto di flebiti o di trombosi, la presenza di vene varicose.

I sintomi di una trombosi dipendono dal distretto colpito. In caso di trombosi delle gambe, si manifestano dolore o gonfiore alla gamba o alla coscia. In caso di embolia polmonare i sintomi sono difficoltà di respiro, affaticabilità improvvisa, con accelerazione del battito cardiaco, dolore al torace e tosse. In caso di trombosi cerebrale, perdita di sensibilità di una parte del corpo, incapacità di coordinare i movimenti, perdita della vista, svenimento.

“La trombosi può interferire sul normale decorso della gravidanza anche soprattutto se colpisce la placenta, perché può causare aborti spontanei o parti prematuri”. Ha proseguito. “In ogni caso, però, il periodo di maggiore rischio non è tanto la gravidanza, quanto il puerperio, cioè il periodo post-gravidanza, e in particolare le prime quattro settimane dopo il parto, quando il rischio di trombosi diventa anche dieci volte più elevato. Nonostante il rischio di trombosi aumenti, i numero dei casi che si manifestano resta comunque contenuto, all’incirca uno ogni 250 gravidanze, per cui non bisogna allarmare le donne e nemmeno medicalizzarle per forza. La donna che non presenta nessun fattore di rischio non deve fare assolutamente nessun tipo di prevenzione in gravidanza, se non cercare di condurre una vita sana, facendo movimento, evitando il fumo di sigaretta, mangiando in misura equilibrata. Il problema si pone per le donne che hanno già avuto una trombosi in precedenza. In questi casi da tempo sono stati proposti farmaci antitrombotici tra cui i più studiati sono stati gli antiaggreganti come l’aspirina e gli anticoagulanti come le eparine a basso peso molecolare. Nonostante dati clinici non univoci e contraddittori, questi farmaci non privi di effetti collaterali sono largamente usati e spesso impropriamente, anche in situazioni in cui non vi è evidenza della loro efficacia”.

E’ anche importante utilizzare con ragionevolezza le terapie in caso di prevenzione secondaria. “Per esempio, in caso di un precedente aborto non provocato da trombosi, spesso si somministra una terapia a base di eparina durante la gravidanza, mentre la terapia è indicata unicamente per le donne che hanno avuto un’aborto a causa di una trombosi, non per tutti gli aborti in generale”.

Un’altra situazione in cui si ricorre eccessivamente a terapie antitrombotiche, spiega l’esperto, è nel caso di procreazione medico assistita. “Quando si raccolgono gli ovuli della donna per eseguire una procreazione assistita alla donna vengono somministrati ormoni per facilitare l’ovulazione e alcuni sostengono che la stimolazione ormonale aumenti il rischio di trombosi. Questa tesi non è dimostrata, per cui anche in questo caso è inappropriato somministrare farmaci antitrombotici”.

In conclusione, se la gravidanza è patologica o se sono presenti problemi di trombosi in gravidanza è consigliabile rivolgersi a centro specialistici, che uniscano competenze nel trattamento della coagulazione a quelle ostetrico-ginecologiche. La soluzione per mettersi al riparo da eventi che possono mettere a rischio la gravidanza, ma senza allarmismi e l’assunzione di terapie a volte inutili se non responsabili di effetti collaterali.

Fonte: Quotidiano Sanità

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