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'Torni a casa', ma la bimba muore!

Nicole ha vissuto per tutto il 2009 nella pancia della sua mamma, Simona, e un solo giorno del 2010. Avrebbe dovuto nascere il 20 gennaio. L’aspettavano il padre Roberto, le zie, gli zii e tre tra fratelli e sorelle. Un nuovo sorriso in una famiglia allegra. Sarebbe cresciuta in quella casa ordinata, ascoltando il canto dei canarini.

Purtroppo, però, Nicole non sentirà mai quel canto. Quando, il 1° gennaio, la madre è entrata all’ospedale Maria Vittoria di Torino accusando fortissimi dolori, è stata portata d’urgenza in sala operatoria per un taglio cesareo. Qualcosa non andava. Quando l’intervento è finito, intorno alle 23,30 la madre era viva, Nicole no. Distacco della placenta, hanno detto i medici. Una disgrazia può capitare, anche nelle famiglie allegre. E di solito la si accetta, a meno che non ci sia un dubbio. Il dubbio, per la famiglia Carroccio, è sorto quasi subito.

Perché da giorni Simona, che nonostante i suoi 33 anni ha già partorito tre volte (una al Sant’Anna e due al Maria Vittoria), aveva dolori. E sul finire dell’anno era già andata al pronto soccorso due volte, per quelle fitte. Il dubbio è stato alimentato da un altro fatto: subito dopo il decesso di Nicole, i medici del Maria Vittoria hanno informato la famiglia che avrebbero eseguito un’autopsia interna. «A quel punto - racconta papà Roberto - abbiamo pensato che forse era meglio capire cos’era successo». Si sono rivolti all’avvocato Luca Porpiglia. «Abbiamo sporto immediata denuncia per omicidio colposo in questura - racconta il legale - E la polizia, dopo aver allertato il pubblico ministero Patrizia Caputo, ha sequestrato le cartelle cliniche e i verbali del pronto soccorso».

Ora un’indagine penale che dovrà occuparsi della morte di Nicole. «Noi non vogliamo accusare nessuno, sia chiaro - precisa mamma Simona - ma vogliamo capire cos’è successo. La mia bambina stava bene, fino ai dolori non c’erano stati problemi. Poi tutto è precipitato». La procura ha fatto eseguire l’autopsia sul corpicino di Nicole nominando come proprio anatomo-patologo la dottoressa Ribotta dell’ospedale Sant’Anna di Torino. La famiglia, come proprio consulente, ha dato incarico al dottor Varetto. Si stanno aspettando gli esiti degli esami istologici per capire le cause del distacco della placenta e, nel caso in cui questa fosse avvenuta prima del ricovero, se era possibile diagnosticarlo prima. Con una forza che solo i genitori, a volte, riescono a esprimere, Roberto e Simona raccontano gli ultimi giorni della gravidanza.

«Stavo bene - dice Simona - e anche la bambina. Poi il 30 dicembre ho cominciato a sentire forti dolori. Ho già avuto tre figli, so che c’era qualcosa che non andava». Padre e madre decidono di andare in ospedale. Entrano al Maria Vittoria alle 14,41. Una dottoressa fa un tracciato, poi esprime qualche perplessità. «Era stata riscontrata una leggera tachicardia - racconta Simona -. Poi la dottoressa mi ha detto che le sembrava strano che la bimba fosse così piccola: più che di 35 settimane sembrava di 21. Forse per un assottigliamento della placenta». Simona, però, non viene ricoverata. Viene invitata a ripresentarsi il giorno dopo, quando ci sarà l’ecografo. Torna a casa e passa la notte in bianco per i dolori, tanto che il mattino dopo alle 6,30 è di nuovo al Maria Vittoria.

«Qui, dopo un ulteriore tracciato di un’ora e mezza, siamo stati rassicurati dall’ecografo - spiega papà Roberto - Ci ha detto di stare tranquilli, che la bambina non era piccola e già in posizione». La coppia esce alle 9,42 dell’ultimo giorno dell’anno. I dolori, però, continuano. Si arriva così al 1° di gennaio. «A un certo punto mi sono piegata e non mi sono più rialzata per le fitte. Allora siamo tornati in ospedale». Ad accoglierli c’è sempre la prima dottoressa, ma questa volta la visita viene effettuata da una collega più giovane, la quale dice che la donna è in travaglio e l’utero è già di quattro centimetri. Pochi minuti dopo Simona è in sala operatoria. Si appronta un cesareo. Purtroppo inutile. Nicole, per i medici, è nata morta. Il perché è ancora tutto da capire.
Fonte: La Stampa

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