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Depressione puerperale, le insidie del post-parto.

La relazione con il proprio bambino ha inizio fin dalle prime fasi della gravidanza, che servono alla madre, quanto alla coppia genitoriale, a prendere coscienza della trasformazione che da lì a breve caratterizzerà la loro vita. Nove mesi che forniscono delle opportunità per riflettere, anche attraverso il confronto, sull’acquisizione o meglio sulla costruzione di un ruolo, quello di genitore, molto complesso e da ritagliare su misura. Lungo l’attesa, la madre fantastica sul proprio modo di condurre la relazione, di affrontare le differenti situazioni con il bambino con il quale dovrà essere attenta e responsabile. Una volta nato il piccolo, bisognoso di innumerevoli cure ed attenzioni, la coppia genitoriale - e in particolar modo la madre - dovrà dedicarsi completamente al proprio figlio, iniziando a mettere in pratica ciò che fino a poco tempo prima aveva rappresentato semplicemente una fantasia.



Numerosi studi provenienti da differenti ambiti disciplinari, come ad esempio l’etologia o la psicologia, hanno posto l’accento proprio sull’importanza delle prime fasi dello sviluppo di un bambino e sul ruolo giocato in tale momento dalle figure di riferimento preposte alle cure e all’accudimento del piccolo. Quel che è stato dimostrato, (anche tra i piccoli delle scimmie, si consultino gli studi effettuati dall’etologo Lorenz) è che per la sopravvivenza del bambino non sono importanti solo ed esclusivamente le cure necessarie a soddisfare i bisogni primari ma anche l’amore, e la dedizione con la quale vengono prestate e garantite tali cure al piccolo. Sarebbe questo aspetto a fare la differenza nella relazione madre-bambino e a far sì che vengano gettate le basi nel bambino per un futuro percorso di sviluppo adeguato e funzionale al raggiungimento dei principali compiti evolutivi.



Cosa succede se la madre rimane imbrigliata in una forma di depressione puerperale?
Tale forma di depressione, che è stato dimostrato da Zilboorg essere presente anche tra i neopapà, riattiverebbe nelle madri un senso di perdita rispetto alla precedente condizione di gravidanza. Una condizione, quest’ultima, per tanti aspetti privilegiata sia in relazione al rapporto esclusivo con il proprio bambino nel corso della vita intrauterina, sia in relazione alle attenzione ed alle cure ricevute dal proprio partner o più in generale dalla famiglia e dal contesto di riferimento.



Cosa può comportare tale esperienza depressiva nella relazione con il proprio bambino?
Nella maggior parte delle situazioni soprattutto considerevoli difficoltà ad occuparsi del bambino e nell’interagire con lui. L’insorgere di sentimenti ambivalenti e contrastanti nei confronti del proprio bambino e le difficoltà ad accettare o riconoscere il proprio ruolo di madre andrebbero altresì ad influire anche sul piano delle cure genitoriali.



Il bambino può accorgersi del disagio della madre?
L’atteggiamento del genitore molto spesso volubile e oscillante tra stati di ansia, collera, insofferenza e talvolta anche di inaccessibilità affettiva, provocherebbero nel bambino uno stato di confusione e paura. Il bambino, dunque, sente e rimane permeato dai sentimenti ambivalenti della madre.



Diviene allora decisivo individuare in queste donne tutti quei segnali utili e funzionali all’identificazione del disagio, per intervenire quanto più tempestivamente, ed aiutarle a prendere coscienza del problema. La depressione puerperale non interessa soltanto le neomamme o le giovani donne, si tratta di un disagio che può interessante le madri di tutte le età e/o condizioni socioculturali. Le implicazioni che un disturbo del genere non curato potrebbero comportare investono non soltanto la madre ma soprattutto lo sviluppo evolutivo del piccolo e l’equilibrio di tutto il nucleo familiare.
Fonte: 90011.it

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