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Le mamme vivono meglio in Norvegia.Sarà pure un Paese di mammoni il nostro, ma il dubbio è che non sia un Paese per mamme. In Italia fai un figlio e, se non hai i genitori che ti aiutano a pagare i conti, rischi di entrare nella schiera delle madri povere che ogni giorno si barcamenano tra pannolini da cambiare e conti da quadrare. Su 4 milioni e 200 mila donne in difficoltà circa un milione di loro ha un figlio piccolo. L’azzardo diventa certezza se la condizione di partenza, quella pre-bebè, è «borderline». E per borderline s’intende vivere con 1.000 euro al mese, euro più euro meno, come fa la stragrande maggioranza delle cassiere, centraliniste, dipendenti dei saloni di bellezza, impiegate, casalinghe, commesse e operaie.
È questa la ragione per cui il rapporto sullo stato delle madri nel mondo di «Save the children», associazione umanitaria presente in 27 Paesi, ha piazzato l’Italia al 18esimo posto di una classifica che premia la qualità di vita dei bambini e il benessere delle madri. In cima c’è la Norvegia. In fondo l’Afghanistan. Al 28esimo gli Stati Uniti. «Il nostro - dice Valerio Neri, portavoce dell’associazione in Italia - è il posto ideale per partorire: ci sono strutture all’avanguardia, assistenza, mezzi e cure adeguate, ma se spostiamo l’attenzione sulle condizioni sociali delle madri e dei figli allora salta all’occhio che sono in molti a non vivere bene».
Il tasso di occupazione femminile in Italia è 12 punti più basso del dato medio della Ue. Il part-time, per le fortunate che un posto ce l’hanno, è una formula praticamente sconosciuta, iscrivere un bimbo all’asilo è poco meno che impossibile. I dati aggiornati al 2008 mostrano un Paese ben distante dal traguardo deciso dalla Unione europea che prevedeva, entro il 2010, una copertura minima per il 33 per cento dei bimbi sotto i 3 anni. Soltanto Umbria, Emilia Romagna e Toscana hanno valori superiori al 20 per cento. «Il punto è che in Italia - dice Francesco Marsico, vicedirettore della Caritas - la famiglia è esposta a un rischio povertà troppo alto. È sufficiente che venga a mancare il reddito di un genitore soltanto, per una separazione, una malattia o un licenziamento, e il figlio si ritrova a vivere senza la garanzia dei suoi diritti: i libri per la scuola, la retta per la mensa, i soldi per la gita scolastica».
Ben diversa la condizione dei bimbi nati da una mamma norvegese, una donna a cui, prima di tutto, non «capita» di avere un bambino, ma «sceglie» di concepirlo quando le condizioni glielo consentono. Ha più di 18 anni, ha ricevuto una buona istruzione. Partorisce in ospedale, ha un lavoro sicuro, vive in una città con servizi qualificati e gode di un’aspettativa di maternità tra le 46 e le 56 settimane. L’Italia «migliore» quella che, secondo i dati del rapporto dell’associazione umanitaria, è rappresentata dal Nord, non è in grado di offrire altrettanto. A sostenere le madri con difficoltà economiche sono i centri di volontariato. A macchia di leopardo, incominciano a occuparsi di loro, istituendo fondi per le più bisognose, amministrazioni comunali e regionali.
Girolamo Quatela è il fondatore, in Puglia, del «Comitato progetto Uomo», ha uno sportello per mamme-povere a Bisceglie e ora ne sta aprendo altri due, a Barletta e a Bari: «Le richieste aumentano e noi non sappiamo più come fare - dice - vediamo entrare giovani madri con il bimbo in braccio e ti si spezza il cuore a non poterle aiutare tutte». Molte di loro sono spose e i loro mariti, poco più che ragazzi, hanno perso il lavoro oppure ce l’hanno saltuario. «Il problema è trasversale - dice Daniela Rottoli, coordinatrice del progetto Rondine con centri in tutta Italia - alla ricerca di un sostegno economico sono anche donne di buona cultura, ma che non hanno un lavoro e vogliono uscire da storie con uomini violenti». Già, perché tra i primati negativi sulla condizione femminile c’è anche quello della violenza tra le mura domestiche. Il nostro Paese in Europa, in questo caso, è in cima alla lista.
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