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Parto indotto e gravidanza. Quando il bimbo non vuole nascere.

Si pratica quando la gravidanza supera la 40esima settimana. Avviene in seguito a un travaglio stimolato artificialmente e il medico è sempre al fianco della futura mamma. Ecco come funzionano le tecniche per praticarlo

Quando la gravidanza è ormai giunta a termine ma il bimbo non vuole nascere allora si può praticare il parto indotto. Una tecnica ostetrica che consente di far nascere il bambino quando il travaglio non è efficace e senza ricorrere al cesareo. E, stando ai dati di una ricerca realizzata all'ospedale St. Elisabeth di Vienna e coordinata da Antonio Longo, presidente della società italiana unitaria di colonproctologia (Siucp), in Italia questa tecnica si utilizza soprattutto quando il bimbo viene alla luce di venerdì o di sabato. La singolare “coincidenza” fra tipo di parto e giorni della settimana è stato osservata durante alcune interviste condotte per uno studio sui danni agli organi del bacino nelle donne madri.

LA DURATA DELLA GRAVIDANZA E IL PARTO INDOTTO
“La durata di una gravidanza – spiega il dottor Gerardo Chirichiello, responsabile del reparto di Neonatologia e terapia intensiva neonatale della clinica Malzoni di Avellino – viene fissata mediamente sulle 40 settimane. Si calcola dalla data del primo giorno dell’ultima mestruazione”. In realtà il parto è fisiologico quando avviene tra la 38esima e la 42esima settimana, ovvero da quando la gravidanza giunge a termine (37esima settimana + 1) e il termine massimo dell’attesa. “Quando si supera la durata media (le 40 settimane) la futura mamma viene di norma sottoposta ad alcuni controlli per valutare il benessere suo e del bambino e il corretto andamento della gravidanza. A quel punto si può decidere di interrompere la gravidanza e indurre il parto”.

COME AVVIENE
Quando la nascita ritarda si può aiutare il bambino a nascere. “È sempre un parto medicalizzato – continua Chirichiello – e avviene in seguito a un travaglio stimolato artificialmente. O si iniettano sostanze chimiche o è l’ostetrica a indurlo con dei movimenti, in pratica si fa in modo che il collo dell’utero si accorci fino a contrarsi. E così, il travaglio tende a procedere più velocemente del normale e con contrazioni più forti”. Per l’intera durata, viene quindi tenuto sotto stretto controllo medico.

ISTRUZIONI PER L'USO
La mamma viene ricoverata nel giorno prestabilito e viene stimolata applicando un gel con prostaglandine ogni sei-otto ore. Attraverso questo prodotto, a base di sostanze responsabili dell’avvio e del mantenimento del travaglio, si modifica il collo dell’utero cercando di stimolare le contrazioni. A volte questa prassi può durare anche due giorni. Per poterlo indurre, però, serve almeno una dilatazione di due o tre centimetri.

“Quando questa tecnica – continua Chirichiello – non è sufficiente si può ricorrere l’amnioressi. Una tecnica che pratica l’ostetrica, che non è altro che una rottura artificiale delle membrane. In pratica si esegue la rottura del sacco amniotico e comincia la somministrazione di ossitocina tramite flebo, al fine di stimolare e mantenere le contrazioni. Molto spesso grazie a questa tecnica si può evitare il cesareo”. L’amnioressi accelera il parto, perché la testa del bambino preme più forte contro il collo dell’utero e l’ossitocina scatena le contrazioni più forti.

QUANDO E' INDICATO
È sconsigliato nei casi in cui la nascita sia necessaria prima della 36esima settimana, caso in cui si pratica il cesareo. Mentre è indicato quando si va oltre la 41esima settimana. Vi si ricorre anche in tutte le situazioni che complicano il proseguimento della gravidanza: quando si manifestano patologie come la gestosi (che si manifesta con sintomi che come l'ipertensione, la perdita di proteine con le urine e gonfiore agli arti inferiori), il diabete o in caso di gravidanze gemellari. I rischi sono minimi. Il principale è una durata maggiore del tempo di nascita e accade quando si verifica uno spasmo da iperstimolazione.
Fonte: KataWeb Salute

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