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FAI un’ecografia completa a 19-23 settimane: questa ecografia può identificare almeno il 50% delle malformazioni.

In tutti i protocolli di gestione ostetrica ispirati alle linee-guida delle maggiori società scientifiche vi è un unanime consenso sull’offerta alla gestante di uno screening ecografico per anomalie strutturali, da attuare idealmente tra la 19a e la 23a settimana.

Questo controllo, normalmente chiamato ecografia morfologica, deve essere eseguito da un ecografista esperto, dotato di un’attrezzatura di standard adeguato.

L’ecografia morfologica viene effettuata nel secondo trimestre, che è un’epoca gestazionale ideale per la valutazione della normalità degli organi del feto e per l’identificazione di eventuali anomalie sospettate. In questo periodo della gravidanza risulta infatti conclusa la fase di formazione dei vari organi ed apparati, e inizia la fase in cui prevale il loro sviluppo e il perfezionamento della loro attività funzionale.

Per questa ragione è possibile un’indagine esauriente delle strutture corporee fetali, di solito facilitata dall’abbondante quantità di liquido amniotico, che permette una buona penetrazione degli ultrasuoni ed ampi movimenti fetali.

L’esame ecografico deve soffermarsi sui vari organi, procedere al loro riconoscimento e a quello della loro disposizione spaziale. È opportuno quindi misurare tutti gli organi interni e tutte le strutture che possono consentire di valutarne, anche indirettamente, la funzionalità: per esempio, il riempimento e lo svuotamento della vescica e dello stomaco, espressione rispettivamente di una corretta attività dell’apparato renale e di quello gastroenterico.

A livello cardiaco si procede al riconoscimento delle principali strutture del cuore e dei luoghi in cui vanno ad inserirsi i grandi vasi sanguigni che vi giungono e che ne escono, misurando altresì il battito e il ritmo cardiaco.

Per quanto riguarda le strutture cerebrali, si valuta la loro normale dimensione e volumetria, riconoscendone le diverse aree per escludere grossolane alterazioni nell’ambito del sistema nervoso.

Sono parte integrante di questa indagine anche la visualizzazione della parete addominale, con l’inserzione del cordone ombelicale, e quella dei quattro arti, che sono presi in considerazione sia dal punto di vista morfologico sia nelle loro dimensioni. Anche il viso del nascituro deve essere esaminato, per escludere alterazioni come il labbro leporino, e così pure la colonna vertebrale, per riconoscere eventuali anomalie nella sua formazione.

Allo stesso tempo vengono controllati la normalità dell’impianto placentare, della crescita fetale e la quantità del liquido amniotico. Un volume di liquido inferiore alla norma (oligoidramnios) merita infatti immediati approfondimenti diagnostici. Anche un importante aumento del liquido amniotico (polidramnios) può essere la spia di sottostanti patologie o anomalie fetali, quali il diabete gestazionale, le ostruzioni dell’apparato digerente, i difetti ossei. Spesso, però, questi problemi risultano più evidenti ad epoche gestazionali più avanzate.

Se eseguito con strumentazione idonea da un operatore adeguatamente esperto, questo tipo di indagine ecografica consente di identificare oltre il 50% delle anomalie congenite degli organi fetali. È pertanto consigliabile che la futura mamma chieda al ginecologo specialista che la deve sottoporre all’ecografia morfologica se egli disponga di apparecchiature ed esperienza adeguate per questo esame, che non necessariamente è effettuato da tutti i ginecologi.

Se ben eseguita, questa indagine non può durare meno di venti minuti circa, deve essere completata da un referto scritto dettagliato delle procedure eseguite, e queste ultime devono essere documentate da immagini che comprovino la qualità dell’esame.

Nei rari casi di rischi specifici di anomalie fetali, di solito evidenziabili dal medico curante, o nei casi di sospetti sorti a seguito dello screening ecografico del secondo trimestre, occorrerà fare un’ecografia diagnostica presso un Centro di diagnosi prenatale. Lo scopo sarà quello di studiare, con l’utilizzo delle migliori tecnologie disponibili e dell’esperienza, gli organi e gli apparati a rischio.

È possibile, se l’operatore è in grado di farlo e se l’apparecchiatura è ad alta tecnologia, aggiungere all’esame ecografico di screening un’ulteriore valutazione volta ad indagare la presenza dei cosiddetti “soft markers”, irregolarità riscontrabili ecograficamente, talvolta transitorie e di scarso significato clinico (soprattutto se isolate), ma talora spia di sottostanti patologie cromosomiche.

(fonte: Fondazione ASM)